Carissimi,
come tutti noi, anche Francesco di Sales deve fare i conti con la memoria, ma questo, oltre ad essere un segno della sua grande conoscenza dei Padri che cita di continuo, dimostra che queste “chiacchierate in famiglia” erano fatte “a braccio”. Cita santa Taide (un personaggio del IV secolo la cui esistenza è incerta, ndr.), confessando chiaramente di ricordarsene solo in quel momento, ma che “cade a proposito”. Da premettere che questa donna, prima della sua conversione, aveva condotto una vita…non proprio esemplare.
Ed ecco il suo racconto: “Taide, rivolgendosi un giorno a san Pafnuzio (IV secolo e probabilmente discepolo di sant’Antonio Abate, ndr.), gli disse: Padre che debbo fare? Il ricordo della mia vita miserabile mi spaventa. Era stata una grande peccatrice, era piena di timore a causa dei peccati che aveva commesso. Quel buon santo le rispose: Guardati bene dall’alzare gli occhi per guardare il cielo, visto che te ne sei servita innumerevoli volte per lanciare occhiate pericolose, per civettare e cose simili; non alzare quelle mani con le quali hai commesso tante cose cattive, ma esercitati per tutta la vita all’umiltà e confida nella bontà di Dio. Temi, ma spera; temi, perché tu non divenga superba e orgogliosa, ma spera, per non cadere nello scoraggiamento e nella disperazione”. Molto bella questa storia, ma assomiglia a quella di tante persone che, dopo una vita, se non proprio dissoluta, quanto meno lontana dalla grazia di Dio, trovano ad un certo punto la Sua misericordia. Francesco commenta: “Il timore e la speranza non devono trovarsi disgiunte l’uno dall’altra, date che, se il timore non è accompagnato dalla speranza, non è timore ma disperazione, e la speranza senza timore è presunzione”. Dunque si devono colmare “le buche” (ricordate?) che il peccato produce: colmarle con la fiducia e il timore (amore) di Dio. Ripensiamo al peccato di san Pietro e a quello di Giuda: il primo ha sperato, l’altro si è disperato! Il Nostro ci ricorda che, nella sua predicazione, il Battista diceva anche di livellare i dossi e le gobbe, e queste, come aveva già detto, sono la presunzione e la superbia che, in qualche modo, sono sempre presenti nell’animo umano. Infatti, aggiunge: “Non ha importanza alcuna dire: io sono vescovo, prete, religioso o religiosa (e noi potremmo aggiungere: un buon padre e marito, una buona moglie e madre, un buon figlio, ecc.). Va bene questo, ma se tu sei vescovo, qual è il tuo comportamento in questa carica? Qual è la tua vita? I tuoi costumi sono conformi alla tua vocazione? Non sei forse pieno di superbia e di presunzione, come quel fariseo di cui si parla nel Vangelo?” (Cfr. Lc 18,10-14). Tutti dovremmo fare un bell’esame di coscienza!
Preghiamo
Risveglia la tua potenza, o Signore, e con grande forza vieni in nostro soccorso, perché la
tua grazia vinca le resistenze dei nostri peccati e affretti il momento della salvezza. Amen
Oggi, prendiamoci un po’ di tempo, rileggiamo quella parabola del fariseo e del pubblicano e…riflettiamo.
Buona giornata,
PG&PGR