Carissimi,
Francesco di Sales, che, come ben sappiamo, non manca certo di immaginazione, dice che i nostri progenitori, Adamo ed Eva, nel Paradiso Terrestre, non avevano alcun bisogno di lavorare trovandosi nello stato di giustizia originale e dunque quel luogo era pieno di alberi i cui frutti erano atti a nutrirli e in quel giardino non cresceva nulla che non fosse ottimo e utile. Adamo “coltivava la terra per passatempo in quanto Dio glielo aveva ordinato perché non rimanesse in ozio”. Strano che non dica nulla su come passasse il tempo Eva! Comunque, dopo il peccato originale le cose cambiarono radicalmente:
“La terra era stata maledetta, da se stessa produceva soltanto rovi e spine, per cui, per ricavarne ciò che era necessario alla vita dell’uomo, bisognava lavorarla a forza di braccia e col sudore della fronte”. Sappiamo bene che se la terra non è curata a dovere produce solo erbacce che soffocano tutto. Insomma, un lavoro faticoso e paziente. Tornando alla realtà, l’Oratore fa questa osservazione: “Se bisogna usare tanta cura e pazienza per i giardini naturali, a maggior ragione bisognerà averne per coltivare la terra e il giardino dei nostri cuori e dei nostri spiriti, sia per strappare le erbe cattive delle nostre inclinazioni, abitudini e passioni, sia i nuovi e continui prodotti dell’amor proprio: ossia, i bronci, le stranezze, le inquietudini, le fantasie e simili altre sciocchezze, che attaccano con ogni scusa i nostri poveri spiriti, e che, se non si fa attenzione guastano e rovinano tutto ciò che c’è di bello e di buono nelle aiuole delle nostre anime”. Consideriamo bene che questa raccomandazione Francesco la rivolge alle sue suore della Visitazione, ma crediamo che possa adattarsi a tutti e, infatti, aggiunge che “questo esercizio è necessario per tutti i mortali, non esistendo alcun uomo così perfetto che non abbia bisogno di lavorare, sia per accrescere la perfezione come per conservarla, in quanto nessuno può vantarsi di essere padrone delle proprie passioni o pretendere di non andare soggetto al loro disordine”. Il male, ne siamo tutti pienamente coscienti, attacca senza guardare in faccia nessuno e la più grande tentazione che mette nelle nostre menti è quella di farci pensare di esserne esenti. I santi ci hanno lasciato grandi esempi di lotta contro il maligno e le sue seduzioni: pensiamo a sant’Antonio Abate nel deserto in continua lotta col demonio, a san Martino di Tour, tormentato, ma senza successo, sul letto di morte; pensiamo a san Pio da Pietrelcina, a san Filippo Neri e tanti altri ancora. Tra i santi che hanno perseverato nel loro impegno di vita cristiana Francesco annovera e richiama alla mente san Luca che, per tutta la vita ha manifestato una grandissima perseveranza e fermezza in quello che ha intrapreso: infatti, dopo essersi unito a san Paolo, non lo ha più lasciato, seguendolo dappertutto”. Il Nostro aveva anche accennato alla passione di san Luca per la pittura e si sa che i pittori ritraggono ciò che li colpisce. Ebbene, l’Evangelista che, nel primo capitolo del suo Vangelo, descrive l’annuncio alla Vergine e la sua visita a santa Elisabetta, poi la dipinge e, secondo la tradizione, è il primo a ritrarne il volto. Noi, pur non essendo pittori, possiamo egualmente “dipingere” la nostra vita seguendo l’esempio di Maria; dipingerla non idealmente, ma effettivamente, mettendoci alla sua scuola. Preghiamo:
Ascolta, o Padre, coloro che ti supplicano e custodisci con amore quanti ripongono ogni speranza nella tua misericordia, perché, purificati dalla corruzione del peccato, perseverino in una vita santa e siano fatti eredi della tua promessa. Amen
La perseveranza è la condizione per la nostra salvezza. Cerchiamo, anche oggi, di essere fedeli al nostro impegno battesimale.
Buona giornata,
PG&PGR