Lettera di Natale 2011 del nostro Parroco

Di seguito pubblichiamo la lettera di Natale che il nostro Parroco Padre Gianni scrive a Gesù e la risposta del Figlio di Dio, lettere  che ogni anno Padre Gianni legge a tutta la comunità riunita durante la notte di Natale. Una scambio epistolare tra il Parroco e Gesù che ormai è diventato un appuntamento fisso della nostra comunità parrocchiale.

Roma, Natale 2011

Caro Gesù,

è ormai passato un anno dal nostro ultimo scambio epistolare e sai, ogni volta che mi accingo a buttare giù due righe per raccontarti come vanno le cose quaggiù da noi, mi sento come chi, parlando di se stesso all’amico più caro, si rende conto che l’altro già conosce quelle cose perché ti legge dentro. Ma io continuo a farlo perché ne sento il bisogno e questo mi aiuta a guardare meglio dentro di me.

Signore, come appunto tu ben sai, questa piccola porzione della tua Chiesa, che noi chiamiamo Parrocchia di San Francesco di Sales compie, quest’anno, cinquanta anni di vita. Certo, non sono molti davanti alla storia bimillenaria della Chiesa universale, quella nata dal tuo costato quel lontano primo venerdì santo. Ma per noi è senza dubbio una tappa importante che deve farci interrogare su cosa, in questo mezzo secolo, ha aiutato il tuo messaggio d’amore e di pace a raggiungere il suo obiettivo e cioè il cuore dell’uomo. E in modo più diretto come l’esperienza di Chiesa, iniziata in quell’ormai lontano 1961, è entrata a far parte della vita quotidiana della nostra gente. E per “esperienza di Chiesa” sai bene che intendo il sentirsi parte di una comunità parrocchiale, al di là delle appartenenze e delle etichette, che vuole imparare a vivere, sempre meglio e sempre di più, secondo la tua Parola, secondo i tuoi insegnamenti.

I vescovi italiani, per il decennio 2010-2020, hanno scelto un tema che, a prima vista, sembra non avere nulla di originale e non dire nulla di nuovo: Educare alla vita buona del Vangelo. Un titolo quasi infantile che sembra essere rivolto a qualche buona nonnina (visto che i genitori sono sempre indaffarati i mille altre cose), per educare i nipotini a voler bene a te, Gesù, alla madonnina, all’angelo custode, ecc. Verrebbe da pensare: e per dire questo c’era bisogno di un mattone di circa 150 pagine? Ma se guardiamo bene dentro noi stessi, se passiamo in rassegna i nostri modi di fare, di pensare di essere e, come singoli e come comunità, li confrontiamo con le parole che tu da più di duemila anni continui a ripetere, ci rendiamo subito conto di quanto originale e impegnativo sia un tale invito e quanto urgente sia una maggior presa di coscienza di questa “emergenza educativa” che esige una risposta pronta e convinta.

Gesù, forse possiamo mentire a noi stessi, ma non a te e dobbiamo riconoscere che, nella nostra esperienza di cristiani, spesso ci fermiamo alla superficie e non abbiamo la voglia e il coraggio di scavare un po’ di più nel nostro animo per lasciare un maggiore spazio e te e al tuo Spirito. Essere invitati a riscoprire, nella vita di ogni giorno, la novità e la bellezza del Vangelo, innegabilmente è una cosa meravigliosa, ma che esige un impegno serio, che non lascia spazio a sconti o compromessi.

Scusami Gesù, ma a questo punto devo farti una domanda: questo ideale di vita cristiana che senza ombra di dubbio ha ispirato e guidato tanti tuoi amici, quelli che noi chiamiamo i “santi”, è ancora possibile ai nostri giorni? Il mondo nel quale ci hai chiamato a vivere e operare, tu lo conosci meglio di noi e, meglio di noi sai quali e quante povertà, ingiustizie e difficoltà di ogni tipo affliggono il genere umano. Sai bene che la maggioranza di questa umanità soffre per la mancanza di quei beni elementari che tu hai messo a disposizione di tutti, ma che una piccola minoranza spreca quotidianamente. Certo, lo so benissimo, non ti sto dicendo nulla di nuovo. D’altronde, i poveri, gli esclusi, i dimenticati sono sempre stati presenti nella storia dell’uomo, anche ai tuoi tempi. Ma ora anche noi, che facciamo parte della minoranza “sprecona”, cominciamo ad avvertire un forte disagio di fronte alle difficoltà che impediscono di guardare con serenità al futuro, specie quello che si prepara per le prossime generazioni. Prima ci sentivamo scossi e smossi di fronte a certe immagini e situazioni di povertà; ma era lontana da noi, lontana dalla nostra società opulenta e distratta. Ora basta guardarci attorno, dentro e fuori delle nostre stesse case, del nostro quartiere, della nostra città, dell’intero, cosiddetto, nord del mondo. Ora, forse più che mai, ci rendiamo conto di cosa vuole dire veramente “povertà”… E questo ci spaventa.

Ma dimmi Gesù, come è possibile imparare a vivere il Vangelo in un mondo che sembra girare al contrario, dove chi ci rimette sono sempre e soltanto i poveri, i semplici, gli indifesi, gli innocenti, quelli che, per capirci, non hanno santi in paradiso (scusami l’irriverenza, ma è per rendere meglio l’idea!)

Come si fa a trasformare in vita vissuta quelle tue belle parole pronunciate quel giorno sul monte: Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati gli afflitti, beati gli operatori di giustizia e di pace, ecc. Questa benedetta “vita buona del Vangelo” è veramente possibile in una società che di te e delle tue parole non sa che farsene? Quanta confusione, quanta delusione, quanta paura c’è in noi!

Eppure, Gesù, è proprio in questa società così anticristiana che tu ci hai chiamato a vivere; è proprio in questa società così distratta da tante cose inutili che ci chiami a renderti testimonianza; è proprio in questa società così contraddittoria e preoccupata solo del suo benessere che tu ci chiami ad essere uomini e donne forti, che hanno ancora il coraggio e la voglia di sperare.

Ma, Gesù, tu vedi anche quanto siamo deboli e più propensi a lasciarci vivere che a vivere. Donaci, quindi, ogni giorno la forza e la sapienza del tuo Spirito; quello stesso Spirito che ha trasformato Maria, tua mamma, da fragile ragazza in donna forte, decisa, fiduciosa e obbediente alla tua Parola; quello stesso Spirito che ha reso Giuseppe, il tuo papà terreno, generoso, giusto oltre misura, amoroso e premuroso verso di te e verso la sua sposa.

Gesù, facci il dono di un amore attento, di un coraggio forte, di una fiducia senza limiti nella tua continua presenza in mezzo a noi. E in questa notte santa, nella quale così solennemente riviviamo il mistero della tua Incarnazione, vogliamo affidare alla tua bontà tutte le nostre famiglie, specialmente quelle in difficoltà, i nostri amici, gli ammalati, i nostri anziani, i nostri giovani, i nostri bambini, tutte le persone sole e ti chiediamo uno sguardo misericordioso verso i nostri cari morti.

Buon compleanno Gesù e ricorda, ma anche questo già lo sai, che ti vogliamo bene.

Tuo Gianni

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Paradiso, Natale 2011

Caro Gianni,

ero proprio in attesa della tua lettera e mi fa piacere continuare questo rapporto epistolare che, attraverso te, posso intrattenere con tutta la tua comunità parrocchiale; una comunità che, anagraficamente, ha raggiunto la piena maturità. Cinquanta anni sono, senz’altro, una bella tappa ma, come tu stesso dici, debbono far riflettere, costituire una presa di coscienza sull’essere diventati adulti.

Sai, mi hai fatto sorridere, a proposito della “Vita buona del Vangelo” e della brava nonna che istruisce su questo i suoi nipotini. Il pensiero è tornato indietro di venti secoli e mi sono rivisto bambino a Nazareth quando, insieme a tanti miei coetanei, ci riunivamo la sera attorno al fuoco, insieme ai nostri genitori che, anche se stanchi dopo una giornata di duro lavoro, erano felici di riascoltare gli anziani che ci raccontavano la storia del nostro popolo, della sua Alleanza con Dio, dei suoi momenti di gloria e dei suoi momenti di oscurità, quando questa alleanza veniva tradita se non addirittura rinnegata. Quante cose abbiamo imparato da quei vecchi saggi e quante raccomandazioni ci rivolgevano invitandoci a camminare sempre nella strada di Dio, lasciandoci guidare dalla sua Parola e dalla sua Legge. Se ci rifletti bene, potrai accorgerti che non c’è molta differenza e l’invito è sempre lo stesso: Vivere la vita buona secondo Dio. Ora voi, giustamente, lo chiamate Vangelo; quel Vangelo che ho vissuto, annunciato, insegnato scendendo a vivere in mezzo a voi e per il quale sono poi salito sulla croce.

Eh si, caro mio! E’ proprio il caso di chiedervi, e in questo tu devi essere il primo, se questa “vita buona”, in questi cinquanta anni, ci si è sforzati di accoglierla, amarla, insegnarla alle generazioni più giovani. Senza sottovalutare ciò che di buono è stato fatto e si continua a fare, con tanti sforzi e tante sofferenze da parte di tante persone di buona volontà, bisogna sempre avere il coraggio di riconoscere i propri limiti, le proprie mancanze e le proprie infedeltà. Questa comunità cinquantenne sta prendendo coscienza che deve riappropriarsi del ruolo che i cristiani hanno nel mondo, quel ruolo che vi ho lasciato come eredità, e cioè di essere luce, sale, lievito?

L’invito alla vita buona del Vangelo deve essere, per ognuno di voi, uno stimolo per riscoprire proprio l’originalità del suo messaggio che, in ogni tempo e in ogni epoca, ha saputo andare, e deve continuare ad andare, controcorrente.

E non ti venga in mente di pensare che, ai miei tempi, le cose fossero tanto diverse da come sono oggi e perciò più facile vivere secondo Dio: una terra occupata e oppressa dagli stranieri che limitavano anche la nostra libertà religiosa e, scendendo un po’ più nel sociale, come dite voi, imponevano tasse che la maggior parte delle famiglie non poteva pagare; che si sentivano padroni usurpando e violentando una terra che Dio aveva dato a noi. Pensa a quel sant’uomo di Giuseppe, il mio papà terreno: quanto legno ha dovuto lavorare, rubando le ore al meritato riposo, per dare un minimo di sostentamento alla nostra famiglia? Per non parlare dei sacrifici di mia madre! Eppure dalla loro bocca non ho mai sentito uscire un lamento, una parola di risentimento verso qualcuno e tanto meno verso Dio. Perciò quello che dici, a proposito del mondo odierno che gira al contrario, è vero solo in parte, perché ha invertito la rotta sin dal peccato originale. Ma voi uomini, dopo la mia incarnazione, morte e risurrezione, cosa avete fatto per fargli riprendere il senso di rotazione originario? Tutte le sofferenze dell’umanità, in tutte le epoche, sono state interpretate come castighi divini. Anzi, mio Padre, quello vero che è anche Padre vostro, viene continuamente accusato di permettere all’uomo di compiere ogni nefandezza possibile, perpetrata tanto a spese di altre povere creature, quanto a spese della natura stessa. I più benevoli parlano di un Dio “distratto”… E quando ha mandato me sulla terra per parlarvi della sua tenerezza di Padre e di Madre, della sua misericordia, del suo amore, voi uomini come avete reagito? Mi avete messo in croce! E quel che è peggio è che continuate a farlo attraverso tanti altri “poveri cristi”.

E’ veramente tempo che l’umanità intera si interroghi seriamente sulle proprie responsabilità!

Proprio in questi giorni, e succede ogni anno in prossimità del mio Natale, vengono riproposte, soprattutto da quell’idolo parlante dal quale tutti dipendete come se fosse un profeta e che chiamate “televisione”, scene di paesi in guerra, di fame, di povertà e, comunque, di sofferenza. Sembra quasi un rituale…! Ma appena termina quel servizio che potrebbe costituire un momento di riflessione per prendere coscienza di tanti mali tutto finisce nel dimenticatoio e questo soprattutto quando il programma successivo vi propina immagini che nulla hanno a che vedere con la realtà e che servono solo a buttare fumo negli occhi e a confondere le idee. La realtà di prima viene presto dimenticata o, quanto meno, oscurata da una visione falsata della verità.

Ora, più che mai, è tempo di aprire gli occhi. E questo non solo perché lo spettro della crisi economica, della recessione, come la chiamano i vostri economisti, della povertà, sta facendo capolino anche nel pasciuto nord del mondo, ma perché è necessario riscoprire e ricostruire la fratellanza tra i popoli, la solidarietà, l’accoglienza; è necessario ritrovare la bellezza di una vita semplice e morigerata che non insegua chimere fantasiose che portano, troppo spesso, soprattutto le giovani generazioni, a cedere ad illusioni effimere ed ingannevoli.

E’ ora di dire basta a tutto ciò che, in tanti modi, ha permesso all’uomo di tutti i tempi di essere superficiale, distratto, sprecone fino all’egoismo. Oggi, più che mai, caro il mio prete, quelle mie parole a cui fai riferimento, “Beati i poveri in spirito, i miti, gli afflitti, gli operatori di giustizia e di pace, i misericordiosi”, devono risuonare nei vostri cuori e nelle vostre menti non come un bel discorso inneggiante al “volemose bene”, che poi non trova riscontro nella realtà della vita quotidiana. Esse devono trovare una realizzazione concreta, coraggiosa, trascinante, coerente e, qualche volta, anche sofferta. E in chi possono trovarla se non in coloro che si dicono cristiani? In una società che di me e delle mie parole, come dici tu, sembra non sapere più che farsene, c’è bisogno di testimoni, di autentici testimoni che sappiano dimostrare che in questo mondo così difficile è ancora possibile vivere la vita buona del Vangelo.

Come vedi, nonostante tutto, io continuo a fidarmi di voi e continuerò a far soffiare su ogni uomo e ogni donna di buona volontà il mio Spirito.

Ora però una domanda voglio fartela io: ma voi, uomini e donne del terzo millennio, del nord del mondo, voi che vivete in una città a me tanto cara, voi della comunità parrocchiale di San Francesco di Sales, vi fidate ancora di me? Bhe, io spero proprio di si!

Ti assicuro la mia presenza, quella di mia madre, che sempre intercede per voi, e quella del vostro patrono Francesco di Sales. Desideriamo che tu e la tua gente ci sentiate sempre vicini, soprattutto nell’ora della prova.

Grazie per gli auguri e anche a te, ai tuoi confratelli e a tutta la comunità parrocchiale, Buon Natale.

Tuo Gesù

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