Lettera di Natale 2012 del nostro Parroco

Di seguito pubblichiamo la lettera di Natale 2012 che il nostro Parroco Padre Gianni scrive a Gesù e la risposta del Figlio di Dio, lettere che ogni anno Padre Gianni legge a tutta la comunità riunita durante la notte di Natale. Una scambio epistolare tra il Parroco e Gesù che ormai è diventato un appuntamento fisso della nostra comunità parrocchiale.

Roma, Santo Natale 2012

Caro Gesù,

eccoci al nostro appuntamento epistolare di cui, ormai, non potrei più fare a meno. Sai bene che questo modo di comunicare con te, in questa santa notte in cui ricordiamo la tua nascita, mi serve anche come riflessione e revisione di tutto un anno e per attingere, da te, forza e coraggio per andare avanti.

Da dove comincio? E’ sempre difficile iniziare perché tanti pensieri si accavallano nella mente e vorrebbero essere espressi tutti con più determinazione e precisione, ma non è facile farlo. E questo, soprattutto se penso che in questo momento le menti ed i cuori di tanti fratelli e sorelle sono rivolti altrove, e, almeno apparentemente, lontani da te. Tu da lassù vedi tutto: c’è, Gesù, chi ti ha messo da parte, riponendo le proprie speranze solo nell’uomo e nelle cose umane, per seguire strade distanti da quella che tu ci hai indicato; senza dubbio strade più facili, più allettanti, più redditizie. Ma non si accorge che sono percorsi che non portano lontano e si perdono nella nebbia dell’ambiguità. C’è, Gesù, chi ti ha messo da parte, perdendo la speranza di una esistenza più dignitosa, perché non trova o ha perso il lavoro, o è costretto a lavori mal retribuiti, magari in nero, o peggio, poco onesti, se vuole sopravvivere con la sua famiglia. C’è Gesù chi ti ha messo da parte perché la sofferenza fisica propria o di qualche persona cara, ha soffocato la sua speranza. E potrei andare avanti in questo elenco, tu lo sai bene, Gesù. Mi sono reso conto che è proprio questa mancanza di speranza che toglie il respiro, ad indebolire la nostra fede e farci perdere te come punto di riferimento sicuro, per lasciare spazio alla tentazione del lasciarsi andare, del tirare avanti senza convinzione, senza entusiasmo, senza gioia. In altre parole, non vivere, ma lasciarsi vivere.

Questa mancanza di speranza, per molti, diventa anche tentazione di disperazione e rischia seriamente di degenerare in una assenza di fede.

Il tuo vicario sulla terra, Benedetto XVI, sempre attento a quanto la società odierna, per distogliere l’uomo da te, “immette sul mercato della vita” (scusami l’espressione un po’ cruda, ma reale), ha voluto chiamare quest’anno “Anno della Fede”, invitando la Chiesa intera ad una profonda riflessione sul perché crediamo e, soprattutto, in quale Dio crediamo. Ma la domanda che da qualche tempo mi frulla per la testa e che, se me lo permetti, questa sera voglio fare proprio a te, è: come è possibile credere se la Fede non trova sostegno nella speranza?

Gli Apostoli stessi, te lo ricordi Gesù, ad un certo punto ti hanno pregato dicendo: “Signore aumenta la nostra fede”. Anche loro, probabilmente, hanno provato momenti di stanchezza, di incertezza, e forse anche di delusione, momenti che mettono a dura prova l’uomo di tutti i tempi. Penso a quei due poveri discepoli di Emmaus….. Se ne tornavano a casa talmente sconsolati e delusi che non sono riusciti neanche a riconoscerti…

La speranza è sempre la prima a farne le spese trascinando dietro sé la Fede e, talvolta, anche l’Amore.

Perciò, Signore, in questa Santa notte, nella quale tu hai voluto iniziare a condividere con noi l’avventura umana, avendo scelto come madre una ragazza semplice di un sobborgo della Galilea e come padre terreno un semplice artigiano del legno; in questa Santa notte in cui i poveri e i semplici hanno avuto il privilegio di vederti ed adorarti per primi; in questa notte Santa nella quale hai cominciato ad essere perseguitato ad opera dei grandi e dei potenti; in questa notte Santa che ci mette di fronte alle nostre responsabilità di uomini e donne nei confronti di tanti uomini e donne che per volontà propria o altrui hanno perso la loro dignità; in questa notte Santa, Signore, apri i nostri cuori alla speranza e fa che essa diventi nuovamente alimento della nostra Fede per essere sempre più operosa, sempre più vicina a coloro che celebreranno la tua nascita in un tendone o un prefabbricato, perché il terremoto o l’alluvione ha distrutto le loro case e le loro chiese, sempre più vicina a coloro che celebreranno questa ricorrenza nel timore di essere uccisi in nome di un integralismo religioso assurdo, sempre più vicina a tutti coloro che non riusciranno a sorridere perché toccati dalla povertà, dalla sofferenza, dall’angoscia, dalla morte.

Gesù, te lo chiedo in nome di tutti questi fratelli e sorelle presenti qui, questa notte e anche per coloro che, per vari motivi, sono altrove: aumenta la nostra Fede, rinvigorisci la nostra Speranza, sollecita i nostri cuori ad una Carità autentica e generosa.

A nome di tutti, buon compleanno Gesù.

Tuo Gianni

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Paradiso, Santo Natale 2012

Caro Gianni,

temevo che quest’anno ti astenessi dal nostro solito appuntamento pensando: Bhe, visto che il calendario Maya prevede, per il 21 dicembre, la fine del mondo e che ci vedremo personalmente, quasi quasi gliela consegno a mano. A parte gli scherzi e con tutto il rispetto per la cultura di questo antico popolo, che senza dubbio avrebbe tanto da insegnare agli uomini del terzo millennio dell’era cristiana, sono proprio contento di leggerti ancora, anche se noto, nelle tue parole, molta preoccupazione e, forse, anche un pizzico di pessimismo che non si addice ad un cristiano e, tanto meno, ad un oblato di San Francesco di Sales, visto che proprio lui è il santo dell’ottimismo. E poi, da quest’anno, in modo ufficiale, hai qui in paradiso un altro grande esempio di ottimismo e di fiducia, il tuo beato fondatore, quel padre Luigi Brisson che ci fa sorridere con le sue geniali invenzioni. Ma veniamo a noi.

L’essere preoccupati per come vanno le cose lì da voi, è senza dubbio segno di realismo e di coscienza, ma non devi dimenticare che il Vangelo, anche oggi in questo tempo difficile, è la Buona Notizia che tu devi continuare ad annunciare ai tuoi fratelli e sorelle. E se ricordi bene, nelle prime battute della narrazione di Luca, c’è una espressione molto significativa che Gabriele rivolge a colei che ho scelto come madre per venire tra voi. Presentandosi in quella povera casa di Nazaret egli dice a Maria: “Rallegrati, piena di grazia”. Eppure si sta rivolgendo ad una fanciulla che, come tante, in quei tempi difficili dell’occupazione romana, faceva molta fatica ad andare avanti. “Rallegrati”, perché hai trovato grazia presso Dio e suo figlio vuole iniziare a vivere la sua esistenza terrena proprio dentro di te, pura, umile e povera come sei. E poco tempo dopo, lo stesso Gabriele, rivelò a quello che sarebbe stato il mio papà terreno, che si arrovellava il cervello su cosa fare, visto che la sua promessa sposa aspettava un figlio senza che lui l’avesse mai sfiorata: Non temere Giuseppe di prendere con te Maria tua sposa. Ed ai pastori, povera gente bistrattata da tutti e che vegliavamo il gregge fuori della città, infreddoliti e impauriti, un angelo li rassicura dicendo: non temete, vi annuncio una grande gioia.

Questo invito a non temere, a rallegrarsi, a guardare avanti, ad avere fede, a non perdere la speranza, è un motivo che ritorna spesso nel mio Vangelo. Ma esso ha senso soltanto se ci si fida di me, se le speranze non vengono riposte nell’uomo e nelle cose umane, ma in Dio.

Hai detto bene che molti, e lasciamelo dire, non solo apparentemente, sono lontani da me. Quando si confida troppo in se stessi, nelle proprie capacità, quando ci si crede indispensabili, molto intelligenti, forti, potenti, quando l’uomo vuole prendere il posto di Dio per diventare padrone e signore della storia, vuol dire che la fede in me e in tutto ciò che ho promesso non c’è più e, forse, non c’è mai stata. Una volta posi una domanda a coloro che mi ascoltavano: “Ma il Figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?”

Io, che leggo nel cuore dell’uomo e conosco profondamente la storia di ognuno di voi, so che ci sono ancora tanti uomini e donne di buona volontà e, dunque, non perdo la pazienza, come tante volte capita a te; io so aspettare! Anche quando qualcuno, buttandosi alle spalle la propria dignità di essere umano, di uomo o di donna, di creatura di Dio, compie azioni indegne contro altri esseri umani, io so aspettare. Tu sai che la pazienza e la calma sono le virtù dei forti. Ebbene: io sono il Forte! Io so pazientare, lascio sempre la porta aperta, so attendere che, chi si è allontanato da me, chi si è perso, riponendo altrove le proprie speranze, possa, in un barlume di luce, tornare indietro e dire, all’ultimo momento: “Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno”.

E’ una bella domanda quella che mi poni: com’è possibile credere se la Fede non trova sostegno nella speranza? Ma per poterti rispondere dobbiamo mettere in chiaro che cosa significa veramente questo termine. Così come la intendo io la speranza è qualche cosa che travalica il tempo e lo spazio, che va al di là dell’esistenza umana e che rende tutto ciò che è umano molto vicino al divino. La speranza non si arrende, non si spaventa, non rinuncia, perché sa che, nonostante tutto, io sono sempre con voi. Quel giorno di tanti anni fa, in barca sul lago di Tiberiade in tempesta, mentre dormivo tranquillamente, anche gli Apostoli avevano perso la speranza di salvarsi. Quasi morti per la paura, mi hanno svegliato e mi hanno rimproverato: “”Signore, ma non ti importa che moriamo?”. Ti ricordi che cosa gli ho risposto? “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” Ecco il modo in cui la speranza sostiene la Fede: sapere che io, anche se sembro distratto, dormiente, incurante, assente, non vi lascio mai soli. Pensa una cosa: se la speranza della vicinanza di Dio e della sua Provvidenza fosse venuta meno in Maria e

Giuseppe, io non sarei mai nato. E’ con questa speranza che Maria mi ha accolto nel suo grembo, mi ha messo al mondo in una stalla e mi ha deposto in una mangiatoia. E’ con questa speranza che mi stringeva a sé quando fuggivamo in Egitto. E’ con questa speranza che le braccia forti di Giuseppe si sostituivano a quelle delicate della mamma perché potesse riposare un po’ durante il viaggio. E’ questa stessa speranza che li ha sostenuti negli anni difficili di Nazaret, tra le scorribande dei soldati romani che si appropriavano di quel poco che la povera gente aveva per vivere. E’ questa stessa speranza che ha sostenuto mia madre quando quel sant’uomo di Giuseppe ha chiuso gli occhi e quando li ho chiusi io inchiodato sulla croce. Questa è la vera speranza che sostiene, alimenta e da’ compimento alla Fede e permette il realizzarsi del disegno di Dio per la salvezza dell’uomo. Perciò, non lo dimenticare mai e dillo, anzi, gridalo a tutti, visto che la voce non ti manca, che io sono sempre con voi e non vi lascio soli.

Spero di aver risposto alla tua domanda.

E questa notte, tra i tanti auguri di “Buon Natale”, raccomanda a te stesso, ai tuoi confratelli e alla tua gente di augurare a se stessi e agli altri una autentica crescita nella Fede, un nuovo vigore nella Speranza e un rinnovato impegno nella Carità.

Tuo Gesù

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