Lettera di Natale 2015 del nostro Parroco

Di seguito pubblichiamo la lettera di Natale 2015 che il nostro Parroco Padre Gianni scrive a Gesù e la risposta del Figlio di Dio, lettere che ogni anno Padre Gianni legge a tutta la comunità riunita durante la notte di Natale. Una scambio epistolare tra il Parroco e Gesù che ormai è diventato un appuntamento fisso della nostra comunità parrocchiale.

Roma, Natale 2015

Caro Gesù,

in occasione dell’onomastico, qualche mese fa, il vice mi ha regalato un libro di un autore che trovo sempre molto interessante. Ma il titolo mi ha sorpreso e, debbo dire, sul momento, mi ha lasciato perplesso: Gesù impara. L’ho messo da parte ripromettendomi di leggerlo durante il periodo di Avvento per un po’ di meditazione personale. E così, il primo lunedì di questo tempo liturgico già ricco di tanti spunti di riflessione, ho iniziato a leggerlo. Sorpresa! Gesù, tu hai veramente imparato ad osservare, a scegliere, ad amare, ad emozionarti, a commuoverti fino alle lacrime; hai imparato a gioire, ad esultare; hai imparato la sconfitta e il dolore. Proprio come ogni altro uomo sulla faccia di questa terra.

E’ strano pensare come tu, Dio sin dall’eternità, abbia voluto assumere la nostra umanità, con tutti i suoi limiti, per condurci ad una maggiore conoscenza dell’amore del Padre. Avresti potuto venire tra noi come spirito in forma umana, con le sole sembianze di uomo, senza esserlo fino in fondo. Sai quanta fatica e quanta sofferenza ti saresti risparmiato! Avresti potuto presentarti sulla scena del mondo come uomo già maturo, sapiente, maestro di vita e circondarti di uomini speciali, preparati, “capati nel mazzo” come si suol dire, già pronti ad accogliere la tua parola e portarla al mondo intero. La tua missione avrebbe avuto, sin dall’inizio, la garanzia del successo. E invece no! Pur mantenendo la natura divina, hai voluto assumere pienamente anche quella umana partendo dall’inizio, proprio come qualsiasi essere umano, crescendo per nove mesi nel grembo di una donna, venendo al mondo attraverso il trauma della nascita, con tutte le necessità di un neonato. Hai imparato a conoscere Maria, la tua mamma e a cercarla, col pianto, quando avevi fame, quando volevi essere cambiato, quando non riuscivi a prendere sonno, quando volevi essere preso in braccio e coccolato. Hai imparato a riconoscere il volto dolce di questa giovane donna, sempre pronta vicina a te e quello del tuo papà terreno che, nonostante le mani rese callose dal lavoro, sapeva prenderti tra le sue braccia con inaspettata delicatezza. E man mano che il tempo passava, hai imparato ad essere figlio, a guardare a questa donna e a quest’uomo con fiducia, con trasporto, con un sentimento misterioso che veniva da dentro, del quale non potevi fare a meno e che, poi, hai scoperto chiamarsi amore. Gesù, hai imparato ad essere bambino, magari con qualche capriccio, ad essere adolescente, con tutte le problematiche di questa età. Da Maria e Giuseppe hai imparato la vita con tutto ciò che essa comporta di bello e meno bello. Hai imparato ad essere giovane e poi uomo maturo. Nell’arco della tua vita terrena, Gesù, hai sempre dovuto imparare qualcosa, fino ad imparare il dolore e la morte.

A pensarci bene verrebbe da chiedersi: Gesù, ma chi te lo ha fatto fare? Tu, da sempre Dio, sei venuto ad immischiarti con questa povera umanità, a sporcarti le mani con noi che spesso non vediamo al di là del nostro naso. Chi te lo ha fatto fare di lasciare il tuo trono divino, la tua corte di cherubini e di serafini, di angeli e arcangeli, di spogliarti di questa beatitudine per renderti uguale a delle creature che, dopo più di duemila anni, sembrano non aver capito nulla di quello che hai detto e di quello che hai fatto? Creature che ti invocano sì nella necessità, ma che subito dopo, per crearsi un alibi e nascondere le proprie responsabilità, sono pronte ad accusarti per una presunta distanza o, addirittura, assenza e disinteresse nelle vicende di un mondo sempre in guerra con se stesso, un mondo che non trova, o non vuole trovare pace. Troppi interessi, troppa sete di potere, troppe pretese, troppa diffidenza che ci spingono a guardare gli altri con astio o, peggio ancora, con odio; troppa superficialità che porta la stessa natura a ribellarsi, proprio come afferma Papa Francesco nella sua Enciclica.

Eppure, io sono convinto che l’aver accettato di assumere la nostra umanità corrotta, deturpata, annichilita dal male, voglia, ancora oggi, insegnarci qualcosa. Tu, dopo aver imparato tutto, fuorchè il peccato, del nostro essere uomini, ora, pieno di misericordia per ognuno di noi, insegni. Ci insegni la sapienza che viene dal cuore fatta di pazienza, di tolleranza, di accoglienza, di prudenza, di purezza; ci insegni a vivere con sobrietà, a non pretendere, a non mettere sempre noi stessi al primo posto. In breve, ci insegni ad amare. Per questo sei venuto tra noi povero, fragile, esiliato, umile, per poi essere deriso, calunniato, tradito, rinnegato, abbandonato, condannato ed ucciso.

Gesù, con tutti questi fratelli riuniti qui stasera, con quelli che sono lontani, con gli ammalati, gli anziani, con tutte le nostre famiglie, nel ricordo affettuoso dei nostri defunti, io ti chiedo di non stancarti mai di noi e, anche se spesso siamo degli scolari pigri, testardi, incapaci, continua, nella tua infinita misericordia e pazienza, ad insegnarci l’Amore, quello vero, disinteressato, tangibile, fecondo che faccia scaturire in tutti noi la forza per rinnovare la faccia della terra.

Buon compleanno, Gesù!

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Paradiso, Natale 2015

Caro Gianni,

uomo tra gli uomini. Tale doveva essere la mia missione. Se il male è entrato nel mondo per la presunzione di un uomo, la redenzione doveva realizzarsi attraverso la misericordia di Dio che si fa uomo. Alla superbia umana si è opposta l’umiltà divina, alla caduta la ritrovata salvezza. Come poteva il Creatore, il Padre, abbandonare le sue creature? Ha chiesto a me, il Figlio primogenito, di assumere la natura umana per rischiarare le tenebre che erano calate sul mondo. E in quella lontana notte, in quel piccolo borgo, in una misera stalla, sono venuto al mondo. Le braccia del Padre celeste mi hanno ceduto a quelle umane e robuste di un papà terreno che ha saputo uniformare il proprio progetto di vita alla volontà di Dio fidandosi di lui fino in fondo; poi mi hanno accolto le braccia tenerissime e delicate di Maria, la mia mamma che, ancora stremata dal parto, mi ha stretto a sé, mi ha coperto di baci e mi ha allattato per la prima volta. Così sono nato, così sono entrato nella vostra storia. Il Figlio di Dio, ad opera dello Spirito di Amore, è diventato anche figlio dell’umanità. Un’umanità spersa, confusa, paurosa e per questo cattiva assetata di potere e di sangue. Nato in una povera stalla, fuggitivo, ancora in fasce, in Egitto, esiliato con i miei genitori. E al nostro ritorno a Nazaret, dopo la morte di Erode, le cose non sono migliorate più di tanto, vista la scarsa considerazione dei Giudei per quel villaggio della Galilea. Ma è proprio lì che ho imparato ad essere uomo. L’esempio laborioso di Giuseppe, il suo amore verso Dio, la sua onestà nel lavoro, la sua giustizia verso il prossimo, la sua dedizione alla famiglia, hanno formato il mio carattere; la dolcezza, l’amore materno e l’umiltà di Maria, hanno fatto il resto. Ho imparato da loro ad essere attento, disponibile, affettuoso; ho irrobustito il mio fisico e il mio spirito, ho imparato a riconoscere i veri valori della vita. Da un uomo e una donna Dio ha imparato ad essere uomo, il Creatore ad essere creatura. Uomo tra gli uomini, Dio con gli uomini. Ho assunto la vostra natura perché l’uomo è la creatura che io e il Padre amiamo di più ed è per questo che vi abbiamo creato a nostra immagine e somiglianza. La vostra grettezza di cuore, il vostro egoismo e la vostra superbia non ci hanno impedito di amarvi; neanche quando le braccia amorose del Padre, di Giuseppe e di Maria si sono trasformate il altre braccia, fatte di legno grezzo, sulle quali sono stato inchiodato. Certo, imparare ad accettare la sconfitta, la sofferenza e la morte non è stato facile. Ma era necessario perché la sconfitta si trasformasse in vittoria e la sofferenza e la morte cedessero il passo alla vita eterna; era necessario perché ogni uomo e ogni donna imparassero veramente ad essere tali.

Ma che domanda mi fai? Chi me lo ha fatto fare? Non hai mai sentito parlare di buon pastore, di buon samaritano, di Padre misericordioso? Matteo, nel suo vangelo riporta una frase che, proprio in casa sua dopo averlo chiamato a seguirmi, dissi agli scribi e ai farisei scandalizzati perché mi ero fermato a casa di peccatore. E’ la stessa frase che ripeto a te e a tutti: “Andate ed imparate che cosa significhi misericordia voglio e non sacrificio perché non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. Una frase che continuo a ripetere da duemila anni. Quindi impara, imparate ad essere misericordiosi, ma non solo teoricamente. Quelle opere di misericordia che il tuo vice ha collocato nel presepe della vostra chiesa e che costruiscono il cammino per giungere a me nella mangiatoia, siano veramente opere e non solo parole, diventino l’impegno di una vita. Se Papa Francesco, il mio attuale Vicario in terra, ha voluto dedicare un intero anno, proclamandolo santo, alla misericordia lo ha fatto per ricordare a tutta la cristianità e al mondo intero, che questa è la via privilegiata per costruire il Regno di Dio e trovare quella pace che sembra essere sempre più lontana. Misericordes sicut Pater, misericordiosi come il Padre. Al tanto male che opprime il mondo Dio oppone la sua misericordia chiedendo a tutti gli uomini di buona volontà di fare altrettanto. Non dimenticate che, sospeso sulla croce, io, l’innocente, ho invocato il perdono non solo per quegli uomini che avevano straziato il mio corpo, ma per tutta l’umanità, passata, presente e futura. Dunque una misericordia che non ha limiti di spazio e di tempo. Misericordia  anche per chi non ha misericordia: per chi uccide, per chi opprime e sfrutta i suoi simili, per chi approfitta, a scapito di altri, della propria posizione, nella società, nella politica o, peggio, nella Chiesa; per chi ha messo il denaro e il potere al posto di Dio, per chi deturpa la natura, per chi avvelena, per interesse proprio, l’aria che respirate mettendo in pericolo l’intero eco sistema. Misericordia infinita, quella di Dio, che non escluderà, però, la sua giustizia.

Quest’anno costituisca per te, per i tuoi confratelli, per i tuoi parrocchiani, per la vostra città, per il mondo intero, una riscoperta dell’amore misericordioso di Dio: imparate a viverlo in tutte le situazioni, a calarlo nella quotidianità della vostra vita, cominciando dalle cose più semplici. Voi sacerdoti rinnovatevi nello spirito di oblazione che ha caratterizzato la vita del vostro Fondatore e del caro Francesco di Sales; gli sposi si impegnino a riscoprire l’amore coniugale, i genitori e i figli l’amore familiare, le comunità religiose, parrocchiali, diocesane, l’amore fraterno. Il giudizio e la mormorazione cedano, finalmente, il passo alla misericordia.

Sia per tutti un anno veramente santo. E di notte, guardando in cielo le stelle che rischiarano le tenebre, ripensando a quella che ha brillato duemila anni fa sulla stalla di Betlemme, ognuno dica: sì, anch’io…come una stella…!

Tuo Gesù

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