Natale 2021: Lettera del nostro Parroco

Di seguito pubblichiamo la lettera di Natale 20130 che il nostro Parroco Padre Gianni scrive a Gesù e la risposta del Figlio di Dio, lettere che ogni anno Padre Gianni legge a tutta la comunità riunita durante la notte di Natale. Una scambio epistolare tra il Parroco e Gesù che ormai è diventato un appuntamento fisso della nostra comunità parrocchiale.

Roma, Natale 2021

Ciao, carissimo Gesù,

eccoci al nostro consueto incontro epistolare, se non sbaglio il sedicesimo. Ricordi? Questi nostri dialoghi sono iniziati nel 2002, quando ero ancora parroco a San Massimo; un inizio timido, da parte mia… Scrivere una lettera al Dio fatto uomo, al Salvatore dell’umanità! Che follia! Ma è una follia che mi piace tanto; presentarti lo stato d’animo, le sofferenze, le debolezze, le paure, le speranze, mie, dei miei confratelli e della porzione del tuo popolo che hai voluto affidarci e poi attendere la tua risposta che, puntualmente, non si fa aspettare, con i tuoi rimproveri bonari, col tuo incoraggiamento, con il tuo amore. Ed ora, con diversi anni in più, con tanti problemi in più, con qualche “acciacco” in più, continuo a farlo…Che ci vuoi fare: non riesco a farne a meno. Ma quest’anno, Gesù, mi scuserai, se rivolgo la mia particolare attenzione ad una persona, a Te e a noi tutti, molto cara. Sì, Gesù, sto parlando del tuo papà terreno o, se preferisci, come dice qualcuno, legale: Giuseppe di Nazaret. Un uomo giusto oltre misura e sposo della tua mamma, Maria.  Sappiamo poco di lui, ma con quel “poco”, più di centocinquanta anni fa. si è meritato il titolo di “Patrono universale della Chiesa” e per questo anniversario la letteratura cattolica si è scatenata: pubblicazioni, articoli, discorsi, celebrazioni e tanto altro ancora. Mi sono chiesto se San Giuseppe abbia gradito questa tempesta mediatica che si è scatena attorno alla sua figura. Lui, uomo semplice. uomo del silenzio, della riflessione, dell’azione nascosta; lui inaspettatamente chiamato ad essere collaboratore nella nostra Redenzione. Poteva avere poco più di venti anni, quando, dopo aver scelto come sposa Maria, figlia di Gioacchino e Anna, della quale è follemente innamorato e ricambiato, la sua vita riceve uno scossone tremendo: Maria gli confessa di essere in attesa di un figlio; una notizia che lo avrebbe mandato in visibilio se fosse stato lui il padre. Macchè! Sa bene di essere completamente estraneo a questo evento. Che fare? Denunciare la tua mamma, Gesù, alle autorità competenti che, fedeli alla legge di Mosè, ne avrebbero decretato la morte? No, Giuseppe l’amava troppo! Rimandarla in segreto, assumendosi la responsabilità di un ripensamento? No, neanche questo andava bene! Giorni di tortura interiore, di profondo dolore, di buio! Poi, la luce attraverso un sogno: «Giuseppe non temere di prendere con te Maria tua sposa perché quello che è generato in lei viene dallo spirito Santo». Scusami Gesù, ma quale uomo è così ingenuo da credere ad un sogno? Eppure lui l’ha fatto, non certo per ingenuità, ma per fede e per amore. Ti ha accolto come un padre accoglie il proprio figlio, ti ha amato e protetto come se tu fossi il frutto naturale dell’amore che nutriva per Maria e ti ha dato un nome assumendo la tua paternità legale: Yeshu’a, Dio salva.

Certo Gesù che, stando a quanto ci dicono i vangeli della tua infanzia, Dio Padre non gli ha risparmiato fatiche, preoccupazioni, timori. Vogliamo parlarne? Aveva appena finito di costruire una culla per te, ma è costretto a caricare su di un asinello la sua sposa, che è ormai prossima al parto, e percorre più di 150 chilometri per arrivare a Betlemme di Giudea, la sua città di origine, dove deve recarsi obbligatoriamente a causa del censimento imperiale. Evita strade impervie e pericolose facendosi carico di tutte le necessità della sua sposa; arriva a Betlemme, cerca affannosamente un alloggio idoneo per poterti far nascere, Gesù, ma deve accontentarsi di un riparo per animali cercando, in tutti i modi, di renderlo almeno accettabile, caldo, un po’ più pulito…E tu vieni al mondo! “Gloria in excelsis Deo” cantano gli angeli annunciando la tua nascita”. Riceve, in un primo momento guardingo, la visita di quei pastori che, poco lontano, facevano la guardia al loro bestiame e che sono i primi destinatari di questo gioioso annuncio; accoglie poi, pieno di interrogativi, quei personaggi misteriosi che vengono dal lontano Oriente con i loro doni. E quando tutto sembra essere rientrato nella normalità, una notizia lo terrorizza: Erode, il grande Re, timoroso di perdere il trono, cerca quel bambino per farlo morire e ordina una strage di piccoli innocenti. Ancora un sogno, ancora una rivelazione: «Giuseppe, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto». Via, di corsa, raccoglie le poche cose e con Maria che ti stringe a sé, fugge da chi ti vede come una minaccia. Qualche anno in terra straniera e sei ormai grandicello quando fate ritorno a Nazaret. I nonni, che ancora non ti avevano mai visto, ti accolgono con gioia, ti accarezzano, ti coprono di baci con le lacrime agli occhi per la felicità. E tu crescevi e ti fortificavi “pieno di sapienza e di grazia” sotto la guida paterna e amorevole di quest’uomo straordinario. Immagino anche il suo sgomento e la sua preoccupazione quando, verso i dodici anni, di ritorno dal pellegrinaggio alla città santa, si è accorto che tu non eri nella carovana: aveva perso il figlio di Dio! Il vangelo non ci dice quale fu la sua reazione quando, dopo tre giorni di affannosa ricerca, ti hanno ritrovato nel tempio. Gesù, con tutto il rispetto, una tiratina d’orecchi te la saresti meritata.. Ma dimmi, quante cose hai imparato da Giuseppe? Quanta saggezza umana ti ha trasmesso? E ancora, quanto hai sofferto quando quel tuo papà terreno ha lasciato questo mondo?

Signore, dopo più di duemila anni da questi fatti, la figura di quest’uomo meraviglioso continua a stupirci e ad essere un punto di riferimento per ogni uomo, ogni papà, ogni cristiano, per tutta la tua Chiesa.

Insieme a quanti sono presenti qui, questa sera, a quelli che non possono esserlo, a quelli che sono lontani fisicamente, ma non dal nostro cuore, ti dico grazie perché hai voluto servirti anche di San Giuseppe per condurci sulle vie della salvezza.

Buon compleanno, Gesù.

Tuo Gianni

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Paradiso, Natale 2021

Ciao, caro Gianni,

non hai idea di quanto mi abbia fatto piacere che quest’anno la tua lettera avesse un taglio diverso dal solito. Niente lamentele, niente perplessità, niente rimbrotti, ma una semplice riflessione sul mio papà legale, Giuseppe. Sai, quando dissi che «tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni il Battista, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui», non mi riferivo solo all’età anagrafica, ma a tutti coloro che, mettendo da parte se stessi, si fanno piccoli facendo spazio a Dio nel loro cuore e nella loro vita, mettendosi a sua disposizione. E tra questi, insieme a Maria, mia madre, in posizione privilegiata, c’è lui, Giuseppe. Rifletti: Dio Padre, affinché potesse realizzarsi il suo disegno di salvezza per l’umanità, ha avuto bisogno di un doppio “sì”: quello della mia mamma e quello del suo sposo. Maria, mi ha accolto nel suo grembo, pur sapendo a quale pericolo sarebbe andata incontro, ma è lui che mi ha permesso di continuare a vivere in quel grembo. Pensa: se quest’uomo giusto, pio, osservante, avesse fatto prevalere i precetti della legge e i suoi diritti, io non sarei mai nato in mezzo a voi perché la sua promessa sposa sarebbe stata accusata di adulterio e lapidata, con me nel suo grembo. Il grande amore di quel giovane falegname per questa donna, la sua disponibilità ad accogliermi come un vero figlio, ha dato il via a tutto il resto. Da lui e dai suoi racconti sulla mia nascita e sui miei primi anni di vita, la sera, davanti al fuoco in quella casupola di Nazaret, ho appreso quanto quest’uomo sia stato risoluto e, perché no, fantasioso: non avendo trovato un posto idoneo dove farmi nascere, ha adattato un ricovero per animali: un po’ di pulizia, una mangiatoia con un po’ di paglia dove depormi  e un piccolo fuoco per farci avere un po’ di tepore. Una sera, durante uno di questi racconti, da un ripostiglio tirò fuori una culla di legno dicendo: «L’avevo preparata per te», ma ora farà comodo a chi ne avrà bisogno. E mi raccontò di quella fuga precipitosa in terra straniera per fuggire dalla follia di Erode, delle difficoltà affrontate per trovare un posto dove essere al sicuro, dove farmi crescere ed avere, attraverso il suo lavoro, qualcosa con cui sfamarci. Come tutti i bambini, ancora non capivo quanto fosse faticoso per lui. E ora vedo che le cose, nel mondo attuale, non sono cambiate molto e c’è ancora tanta gente che è costretta a lasciare il proprio paese per allontanarsi dalla follia dei nuovi Erode, trovando tante opposizioni, barriere e tanto egoismo. Anche il nostro ritorno a Nazaret non è stato facile: proteggere la sua sposa e me da tanti pericoli. Ricordo, perché ormai ero già grandicello, il primo incontro con i nonni che, ormai avanti negli anni, avevano perso la speranza di vedermi prima di morire. E poi gli altri familiari! Quanti baci, quante carezze, quante lacrime di gioia. Giuseppe assisteva a queste scene in silenzio, quasi schivo, tenendosi in disparte, ma felice. Anche quando mi hanno perso a Gerusalemme e, insieme a Maria, è tornato indietro a cercarmi trovandomi nel Tempio a dialogare con i Dottori della legge, non ha detto nulla: solo uno sguardo capace di esprimere la sua incomprensione per quel fatto e, nel contempo, la felicità per avermi ritrovato. Tornati in Galilea, a Nazaret, giorno dopo giorno mi sono reso conto di quanto, quell’uomo che chiamavo papà, tenesse a me, alla mia crescita, alla mia istruzione religiosa e civile, a quanto impegno metteva per trasmettermi la sua abilità manuale. Quante martellate sulle dita mi sono dato… Lui sorrideva e, con pazienza, mi insegnava i segreti del mestiere. Gli anni passarono in fretta e ben presto ho compreso quale fosse la mia missione e che il mio vero Padre era Dio, ma ho continuato a chiamarlo nello stesso modo di sempre, Abbà. Poi un giorno, forse il più triste della mia giovinezza, dopo una breve malattia, quel mio papà terreno ci ha lasciati. Quanto ho pianto! La sera, insieme alla mamma, guardavo quella sedia ormai vuota e asciugavo le sue e le mie lacrime dicendole che un giorno ci saremmo ritrovati. E così è stato.

Caro Gianni, la mia storia di quegli anni assomiglia molto alle storie di tanti uomini e donne che, anche oggi, si trovano in situazioni precarie, subiscono violenze di ogni tipo, vivono ai margini di una società distratta e incurante che li condanna ad una vita fatta di stenti. Il mondo intero è giustamente preoccupato per la pandemia che lo affligge e per la superficialità di tanti che chiudono il cuore e la mente di fronte a questa emergenza che aggrava tutte le altre sofferenze. Prendete esempio da Giuseppe che, nella sua vita, ha sempre avuto un occhio di riguardo per chi aveva fame, per chi era ammalato, per chi era straniero e chi era solo.

E pur essendo un uomo di poche parole, oggi, prendendo in prestito le mie, continua a dire a tutti voi: «Amatevi come io vi ho amati». E voglio aggiungere: «Sentitevi amati come io mi sono sentito amato da Giuseppe e, anche sulla croce, da Dio Padre».

A tutti voi lì presenti, a quelli che non lo sono per le difficoltà di questo momento, e in modo particolare a tutti i papà, attraverso quel bambino che sono stato e che voi rappresentate nei vostri presepi, la mia benedizione.

Tuo e vostro, Gesù

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