1 maggio 2020: Messaggio alla Comunità Parrocchiale

Carissimi tutti, lontani e vicini,

è vero! Avevamo detto che avremmo continuato, anche nelle memorie liturgiche, con il commento del libro degli Atti degli Apostoli. Ma oggi, di fronte alla memoria di San Giuseppe lavoratore, dobbiamo fare una doverosa eccezione. Infatti la prima lettura del venerdì della terza settimana di Pasqua (cioè oggi) ci narra l’episodio della conversione di San Paolo, ma lo rimandiamo a domani  chiedendogli venia. In questo giorno, da un punto di vista sociale, si ricordano anche tutti coloro che si guadagnano il pane quotidiano lavorando onestamente (e perché no, anche quelli che hanno lavorato in passato e sono attualmente in pensione).

Primo maggio 1889 a Parigi si celebra la prima festa dei lavoratori; primo maggio 1955 Pio XII istituisce questa memoria di San Giuseppe, artigiano che già il beato Pio IX aveva proclamato Patrono della Chiesa Universale nel 1870. Memoria liturgica e festa sociale che non sono assolutamente “in lotta” tra loro, ma si completano a vicenda: lì dove c’è gente che lavora, c’è anche il loro patrono celeste.

Oltre ad alcune considerazioni personali, per trattare la figura di San Giuseppe, prendiamo “in prestito” alcuni spunti del libro “Infanzia di Gesù” di Benedetto XVI. Quello che leggerete di seguito è preso da una catechesi su San Giuseppe fatta ai nostri giovani diversi anni fa.

L’avvenimento dell’annuncio a Maria è trattato, nel Vangelo di Luca, esclusivamente dal punto di vista della Vergine. S. Matteo, al contrario, ne parla dalla prospettiva di Giuseppe che, in quanto discendente di Davide, funge da collegamento della promessa fatta a quest’ultimo con la figura di Gesù. Matteo ci informa, innanzitutto, che Maria era fidanzata con Giuseppe.

“Giuseppe, nella tradizione cristiana ortodossa extra-biblica, viene descritto come un attempato vedovo, già padre di quattro o cinque figli che nel vangelo vengono chiamati “fratelli” di Gesù. A lui sarebbe stata data in moglie una giovane, di circa dodici o tredici anni, di nome Maria, dopo l’evento miracoloso del “bastone fiorito”. San Girolamo (347-419), grande studioso dei testi sacri e primo traduttore della Bibbia in lingua volgare (latino), si oppone con forza a questa tesi sostenendo che Giuseppe era un giovane della stirpe di Davide che, al tempo del suo matrimonio con Maria, poteva avere poco più di venti anni. Era questa, infatti, l’età in cui i giovani d’Israele prendevano moglie. Personalmente, anche da un punto di vista sociologico, ritengo questa tesi molto più valida della precedente.”

Secondo il diritto giudaico dell’epoca il fidanzamento costituiva già un legame tra l’uomo e la donna che potevano chiamarsi, a tutti gli effetti, marito e moglie. La convivenza, atto che fondava la comunione matrimoniale, poteva essere procrastinata anche di un anno. E’ proprio in questo anno che Maria si trova incinta per opera dello Spirito Santo (Mt 1,18). Giuseppe è ancora allo scuro di tutto e non può far altro che supporre che ella abbia, di sua iniziativa, rotto il fidanzamento per unirsi ad un altro uomo. Secondo la legge mosaica promesso sposo avrebbe dovuto denunciare Maria che sarebbe stata giudicata dal tribunale rabbinico e senza dubbio condannata alla lapidazione come adultera. Egli invece, per non esporla pubblicamente all’ignominia, decide di “licenziarla in segreto” (v.19). Matteo vede in tale decisione di Giuseppe l’uomo “giusto”. Ma Dio, che ha scelto questo giovane come “padre” terreno di suo Figlio, non vuole lasciarlo nel dubbio. In sogno un angelo lo rassicura (Mt 1,20-21) dicendogli anche il nome che dovrà dare a quel bambino . Giuseppe viene dunque “ufficialmente” investito della paternità terrena di Gesù in quanto, secondo la legge, era il padre che imponeva il nome al figlio (Cfr. Lc 1,59-64); a Giuseppe (e non a Maria) viene “rivelata”, proprio in base al nome, quale sarà la missione “operativa” di questo bambino: salvare l’uomo dal peccato (Gesù=Dio salva). A parte i vangeli dell’infanzia di Matteo e Luca, negli altri sacri testi canonici troviamo pochissimi accenni o riferimenti a Giuseppe e comunque sempre in funzione dell’identificazione di Gesù: il figlio di Giuseppe, il figlio del falegname, del carpentiere, ecc.

Nonostante questo Giuseppe è una figura di primo piano nella Storia della Salvezza. Non solo è il custode di Maria e Gesù a Betlemme, durante la loro fuga in Egitto e al rientro in Palestina, ma anche il saggio educatore del giovane Gesù, colui che, in qualche modo, lo ha accompagnato nel suo prendere coscienza di se stesso e della sua missione.

In quanto al “giusto” Giuseppe, così lo definisce Matteo, qui non si tratta, come si può facilmente intuire, di una giustizia derivante dalla legge. In questo caso Giuseppe avrebbe dovuto denunciare Maria. Egli, ancor prima di ogni divina rivelazione, va al di là della giustizia e agisce, anche nel momento della grande delusione, con immenso amore verso la sua promessa sposa. In questo modo egli diviene l’emblema dell’uomo “fedele” disegnato nel N.T. e dell’uomo “giusto” dell’A.T.

Nulla sappiamo della sua morte, ma molti autori e teologi del passato, tra i quali spicca il nostro Francesco di Sales, erano convinti della sua assunzione al cielo, in anima e corpo, dopo la morte. Il santo Papa Giovanni XXIII, grande conoscitore degli scritti e cultore della dottrina del Salesio, durante un’omelia mostrò una “prudente” adesione a questa idea, supportandola col testo di Matteo 27,52-53.

Ora permettete che si concluda questa riflessione su san Giuseppe con una “fantasiosa divagazione”. E ci piace immaginarlo al lavoro nella sua bottega, intento a fare disegni,  calcoli, a prendere misure, tagliare, incollare… Ad un certo punto si distrae dal lavoro e la sua mente viene invasa dalla riflessione sul modo di fare e sul dire di quel figlio non suo, ma che egli ha allevato ed educato con tutto l’amore di un vero padre. Quante volte questo sant’uomo avrà cercato di capire? Quante volte ci avrà rinunciato…? E, scuotendo la testa avrà forse pensato: “Bho! Certo ch’è strano ‘sto fijo mio! Ma ‘n fonno nun è mio, è fijo dell’Artissimo! E io, pover’omo, de fronte alli piani de Dio benedetto, anche si tante vorte nun li capisco, nun posso fa’ artro che di’, come tant’anni fa’ ha detto mi moje: Ecchime e….FIAT VOLUNTAS TUA” .

PREGHIAMO:

A te San Giuseppe, affidiamo ogni uomo che, onestamente, lavora e anche coloro che il lavoro non lo hanno mai trovato o lo hanno perso. A te che sei il Patrono universale di tutta la Chiesa chiediamo di intercedere presso il Padre Altissimo, perché ogni uomo e donna di buona volontà possa condurre una vita dignitosa ed offrire ai propri figli un esempio di amore, di dedizione e di accoglienza della Divina volontà come hai fatto tu. Amen

Chiediamo scusa a voi per avervi occupato tanto tempo, ma era quantomeno doveroso dire qualche cosa in più in questa ricorrenza di San Giuseppe e chiediamo scusa anche  a San Paolo per averlo messo…in attesa. A tutti buona festa PG&PGR

E a San Giuseppe e a San Paolo, alla romana, vogliamo dire:

A Paole’ e dai, non fa l’offeso,
sapemo che sei stato ‘n gran dottore,
ma oggi er posto tuo Peppe l’ ha preso,
patrono granne der lavoratore.

De Cristo, quaggiù ‘n terra è stato er padre,
ha dato a quer Pischello tanto affetto,
e mo’ che vive ‘n gloria co’ la Madre
noi tutti lo chiamamo benedetto.

Giuseppe santo, omo de gran fede,
vissuto co’ Maria come ‘n fratello,
tu sei speranza pe’ l’omo che crede,
 aiutace a portà ogni fardello.

E’ vero che de te sapemo poco
e ner Vangelo nun dici parola,
ma drento ar core tuo ce stava er foco
e co’ quer gran silenzio hai fatto scola.

Aiutace Peppi’ ne sto momento,
e tu che sei vicino ar Padreterno
prega pe’ liberacce dar tormento,
ricaccia sta bestiaccia giù all’inferno.

             (P.G. 1° maggio 2020)

A tutti l’augurio di una buona festa anche se fave e pecorino dovremo mangiarcele a casa.

PG&PGR

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