10 Giugno 2021: Messaggio alla Comunità Parrocchiale

Carissimi,

il nuovo capitolo iniziato ieri, ne siamo certi, ci avrà dato l’opportunità di riflettere un po’ di più sui “consigli evangelici” che, ognuno secondo la propria vocazione, è chiamato a vivere. Quello che San Fancesco di Sales suggerisce a Filotea è dunque valido per tutti: “Sforziamoci, Filotea, di mettere bene in pratica queste tre virtù, ciascuno secondo la propria vocazione; è vero che non ci mettono nello stato di perfezione, ma ci daranno l’autentica perfezione; tutti siamo obbligati a praticare queste tre virtù, anche se non tutti allo stesso modo.” Il primo dei consigli che il nostro Santo prende in considerazione è quello dell’obbedienza e dà il titolo a tutto il capitolo. Per capire bene il suo pensiero dobbiamo fare lo sforzo di calarci nel linguaggio e nella mentalità della società del XVII secolo: alcuni termini come “principe, padrone e padrona”, devono essere necessariamente trasposti ai nostri giorni. E’ bene anche richiamare alla mente che la Filotea è rivolta, in modo particolare, ai laici, a coloro “che vivono nel mondo” e quindi, quando parla di obbedienza, non si riferisce al “voto” di obbedienza che professiamo noi religiosi e che, contrariamente a quanto si crede, è senz’altro il più impegnativo da osservare. Il modo col quale ci viene presentato deve richiamare alla mente il quarto comandamento, “onora il padre e la madre”, ampliandone il significato. Dice: “Due sono i generi d’obbedienza: l’obbligatoria e la volontaria. In forza dell’obbligatoria devi obbedire umilmente ai tuoi superiori ecclesiastici, come il papa, il vescovo, il parroco e i loro rappresentanti; devi poi obbedire ai tuoi superiori civili, ossia il principe e i magistrati da lui preposti al governo del tuo paese; poi devi ubbidire anche ai tuoi superiori familiari, ossia tuo padre, tua madre, il padrone e la padrona.” Non possiamo certo negare che quando sentiamo il termine “obbligatorio” tutti “mastichiamo male…!” Ma Francesco vuole dire semplicemente che “nessuno può dispensarsi dall’obbligo di ubbidire ai superiori sunnominati, perché è Dio che ha dato loro l’autorità di comandare e di governare, ognuno nei suoi limiti.” Questo ci tranquillizza un po’… Anche chi esercita il servizio dell’autorità ha dei limiti da osservare: in campo ecclesiale, familiare e, soprattutto, in campo civile e politico. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, su questo, è molto chiaro: «L’autorità non trae da se stessa la propria legittimità morale. Non deve comportarsi dispoticamente, ma operare con una forza morale che si poggia sulla libertà e sulla coscienza del dovere e del compito assunto (art. 1902)». Nel Vangelo di Giovanni (19,11) lo stesso Gesù dichiara a Pilato: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto». L’obbligo dell’obbedienza e il buon governo devono andare necessariamente di pari passo e noi cristiani siamo tenuti, in primis, ad obbedire alla retta coscienza. Nell’Enciclica “Diuturnum illud” (1881), il papa Leone XIII scriveva: “Una sola ragione possono avere gli uomini per non obbedire: qualora cioè si pretenda da essi qualche cosa che ripugni apertamente al diritto naturale e divino, in quanto ogni volta in cui si vìola la legge di natura e la volontà di Dio è ugualmente iniquo tanto comandare ciò, quanto eseguirlo. Se a qualcuno dunque avvenga di trovarsi costretto a scegliere fra queste due cose, vale a dire se disprezzare i comandi di Dio o quelli dei principi, sappia che si deve obbedire a Gesù Cristo, il quale comandò di rendere «a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio» (Mt 22; 21)”.

Preghiamo

Signore rendici docili nell’obbedienza alla Tua legge e concedi a tutti coloro che hanno il servizio dell’autorità  di lasciarsi guidare dal Tuo Spirito nella ricerca della pace, della giustizia e del bene comune. Amen.

Ed oggi chiediamoci: quanto obbedisco alla volontà di Dio? Buona giornata,

PG&PGR

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