27 Giugno 2022: Messaggio alla Comunità Parrocchiale

Carissimi,

ciò che Papa Francesco dice, in questo numero, può essere considerato come una sorta di “preludio” a ciò che scriverà, a distanza di poco meno di due anni, nell’Enciclica “Laudato si’”. Ecco come esordisce: “La fede, inoltre, nel rivelarci l’amore di Dio Creatore, ci fa rispettare maggiormente la natura, facendoci riconoscere in essa una grammatica da Lui scritta e una dimora a noi affidata perché sia coltivata e custodita; ci aiuta a trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità e sul profitto, ma che considerino il creato come dono, di cui tutti siamo debitori; ci insegna a individuare forme giuste di governo, riconoscendo che l’autorità viene da Dio per essere al servizio del bene comune”. Fa anche riferimento qualcosa a cui tutti siamo “caldamente” invitati, specialmente noi cristiani, ma che fa storcere un po’ il naso: il perdono: “La fede afferma anche la possibilità del perdono, che necessita molte volte di tempo, di fatica, di pazienza e di impegno; perdono possibile se si scopre che il bene è sempre più originario e più forte del male, che la parola con cui Dio afferma la nostra vita è più profonda di tutte le nostre negazioni”. L’antropologia stessa, cioè la scienza che “studia l’uomo”, dice che l’unità è sempre superiore al conflitto, e quando questo si presenta (e si presenta!), anche se con fatica, impegno, umiltà e pazienza, si deve far di tutto per superarlo…San Francesco di Sales insegna… Ma questo, continua il Pontefice, è possibile solo facendo leva sulla fede in quanto “se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremmo uniti soltanto per paura, e la stabilità sarebbe minacciata”. Prendendo poi il “la” da questo versetto della Lettera agli Ebrei (11,16) «Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città», spiega che “Dio confessa pubblicamente” la sua presenza nel mondo e il suo desiderio di rendere sempre più saldi i rapporti tra gli uomini. Il Papa si spinge a rivolgere a tutti noi, al mondo intero, una tremenda domanda: “Saremo forse noi a vergognarci di chiamare Dio il nostro Dio? Saremo noi a non confessarlo come tale nella nostra vita pubblica, a non proporre la grandezza della vita comune che Egli rende possibile?” Saremo noi, uomini e donne del Terzo millennio ad impedire che questo disegno di Dio possa realizzarsi? Solo la fede può illuminare il vivere sociale in quanto “essa possiede una luce creativa per ogni momento nuovo della storia, perché colloca tutti gli eventi in rapporto con l’origine e il destino di tutto nel Padre che ci ama.[55] Parlando della fede il Pontefice affronta anche il tema della sofferenza che essa può causare. Cita San Paolo che “scrivendo ai cristiani di Corinto delle sue tribolazioni e delle sue sofferenze mette in relazione la sua fede con la predicazione del Vangelo. Dice, infatti che in lui si compie il passo della Scrittura: « Ho creduto, perciò ho parlato » (2 Cor 4,13)”. Spontaneamente il pensiero vola a San Giuseppe e alle sue sofferenze dopo aver accettato il disegno di Dio. La fede, e questo è innegabile, comporta anche delle prove dolorose: pensiamo ai martiri (anche a quelli dei nostri tempi), ma anche alle nostre, senz’altro meno cruenti; tutti ne abbiamo fatto, in un modo o nell’altro, l’esperienza. Ma è attraverso di queste che “emerge e si scopre la potenza di Dio che supera la nostra debolezza e la nostra sofferenza”. Certo, potrebbe essere più facile vivere una vita scevra da sofferenze e preoccupazioni, ma “il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore”. La fede, quando è salda, può illuminare anche il mistero della morte, quel “passo” finale della nostra esistenza terrena che, però, ci avvicina definitivamente a Dio: (cfr Mc 15,34), il cristiano impara a partecipare allo sguardo stesso di Gesù.

“Perfino la morte risulta illuminata e può essere vissuta come l’ultima chiamata della fede, l’ultimo “Esci dalla tua terra” (Gen 12,1), l’ultimo “Vieni!” pronunciato dal Padre, cui ci consegniamo con la fiducia che Egli ci renderà saldi anche nel passo definitivo.[56] Non possiamo certo negare che la morte ci spaventa, ma la fede ci aiuta ad affrontarla. Pensiamo alle parole della seconda parte dell’Ave Maria e

Preghiamo

Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen

Ed oggi, anche se dovremo affrontare qualche sofferenza mettiamoci, con maggior fede, nella mani di Dio. Buona giornata,

PG&PGR

I commenti sono chiusi.